Il canto non è un contorno

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C’è una scena che si ripete identica ogni domenica, quasi in ogni chiesa: parte il canto d’ingresso, la chitarra o l’organo attaccano le prime note, e buona parte dell’assemblea resta immobile. Braccia conserte, occhi sul libretto, bocca chiusa. Un po’ come al cinema, quando si aspetta pazientemente che finiscano le pubblicità prima che inizi il film vero e proprio.

Ecco, quel canto non è la pubblicità. È già il film — anzi, è già Messa a tutti gli effetti. E se ce ne stiamo a guardare, non è che il film comincia più tardi: ci stiamo semplicemente perdendo la prima scena. A Messa il canto non è un intermezzo musicale tra un momento “vero” e l’altro. È parte della preghiera stessa.

Il canto non è un contorno, è liturgia

Lo dice con chiarezza il Concilio Vaticano II: il canto sacro, unito alle parole, non è un abbellimento ma una parte necessaria e integrante della celebrazione. Non è musica durante la Messa, è la Messa che, in certi momenti, si fa canto.

Papa Leone XIV lo ha ribadito in modo molto diretto in una recente catechesi dedicata proprio alla musica sacra: nella liturgia, cantare e suonare significa pregare. Non un’illustrazione della preghiera, non uno sfondo emotivo: è preghiera essa stessa, il modo con cui il cuore si sintonizza con quello di chi ci sta accanto e con Dio.

La bellezza che apre una porta

Le parole, da sole, spesso non bastano a farci entrare davvero in un mistero grande come quello di Dio che si fa presente sull’altare. Serve qualcosa che parli anche al cuore, ai sensi, non solo alla ragione.

La musica è proprio questo: una porta. Una bella melodia, un’armonia, un canto che accompagna la comunione — tutto questo non “decora” il mistero, lo rende accessibile in un modo che nessuna spiegazione teologica, per quanto ben fatta, potrebbe ottenere da sola. Per questo il Concilio raccomanda che i canti siano curati, dignitosi, non improvvisati: non per un capriccio estetico, ma perché la bellezza, l’arte, la musica sono le vie più dirette che abbiamo per avvicinarci al mistero di Dio.

Chi canta a Messa, quindi, non sta semplicemente “abbellendo” la liturgia. Sta usando uno degli strumenti più antichi e potenti che l’uomo abbia per entrare in contatto con ciò che lo supera. Non a caso i grandi santi, dai Padri della Chiesa fino ai giorni nostri, hanno sempre parlato del canto come di un ponte tra la terra e il cielo.

Non siete pubblico. Siete parte del coro, anche da fermi

Ecco il punto che più ci riguarda tutti, cantori e non: a Messa non esistono spettatori. Il coro non canta per l’assemblea, come farebbe un artista su un palco davanti a un pubblico seduto. Il coro canta con l’assemblea, per aiutarla a cantare meglio, non per sostituirla.

Quando restiamo in silenzio durante il “Gloria” o il  “Santo”, non stiamo semplicemente ascoltando: stiamo lasciando vuoto un posto che era nostro. Il Concilio lo dice con un’immagine bellissima: attraverso il canto si realizza una vera sinfonia di voci diverse, e questa unione di voci diventa il segno visibile — anzi, udibile — di una comunione che è già reale, anche prima che la vediamo.

È un’idea che dà i brividi, se ci si pensa: quando l’assemblea canta insieme, non sta solo “accompagnando” la liturgia. Sta rendendo percepibile con i sensi qualcosa che altrimenti resterebbe invisibile — l’unità della Chiesa. Il canto è, in questo senso, una vera e propria manifestazione della comunione tra fratelli e sorelle.

“Se i fedeli cantano, non disertano la Chiesa”

C’è una frase di San Paolo VI, ripresa più volte anche dai Papi successivi, che mi sembra dica tutto in poche parole: se i fedeli cantano, non disertano la Chiesa; e se non disertano la Chiesa, conservano la fede e la vita cristiana. Cantare insieme, cioè, non è un dettaglio estetico: è un modo concreto di restare dentro la comunità, di non ridursi a presenze anonime tra i banchi.

Non serve essere intonati. Serve esserci con il cuore

E qui arriva probabilmente l’obiezione più comune: “Ma io non so cantare”. Ecco, questo è forse il malinteso più grande da sfatare.

Sant’Agostino, nei suoi commenti ai Salmi, ha lasciato una frase che i responsabili di coro amano ripetere da secoli: cantare amantis est — cantare è proprio di chi ama. Non di chi è intonato. Di chi ama.

Nessuno, entrando in chiesa, viene giudicato sulla qualità della propria voce. Ma tutti, entrando in chiesa, sono invitati a partecipare con tutto se stessi — anche con la voce, per quanto imperfetta possa essere. Un “Santo” cantato sottovoce, magari stonato, ma con il cuore davvero rivolto a Dio, vale infinitamente di più di un silenzio elegante.

Un piccolo gesto, domenica prossima

Non serve trasformarsi in coristi provetti. Basta un piccolo passo: provare a cantare almeno le parti più semplici — il “Gloria”, il “Santo”, l'”Alleluia”, le acclamazioni — anche solo sottovoce. Non per fare bella figura, non per “aiutare il coro”, ma perché quella parte della Messa è, letteralmente, anche vostra.

La prossima volta che siete a Messa e parte un canto, provate a ricordarvi questo: non state assistendo a un intermezzo musicale. State pregando. E la vostra voce, per quanto piccola o incerta, è parte di quella sinfonia che rende visibile — anzi, udibile — l’unità della Chiesa.

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