Omelia della Domenica delle Palme

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domenica delle palme

DOMENICA DELLE PALME – ANNO C
Omelia di padre Salvo Consoli

Benedetto colui che viene

Lc 22, 14 – 23, 56

Il brano del vangelo che oggi ascoltiamo non indica solo l’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, ma anche nel suo duro cammino di croce. Inizia oggi la settimana santa con i suoi tragici aventi di passione a morte. Significativamente essa viene aperta e chiusa da due scene domenicali di festa e di gioia: l’accoglienza trionfale tributata a Gesù dagli abitanti di Gerusalemme e l’apparizione gloriosa del risorto fra i suoi. Ambedue gli eventi domenicali si verificano nella città santa per avvertire i fedeli che la settimana santa non è la storia di un fallimento, ma il trionfo dalla gloriosa salvezza di Dio. Questo dobbiamo tenere presente mentre ascoltiamo oggi la prima lettura del «Passio», tenendo in mano il ramo dell’ulivo o della palma segni di gioia e di vittoria.

Gesù arriva da Betania, dove spesso passa la notte, ospite di Marta, Maria e Lazzaro, durante le feste di Pasqua. In quella casa di amici si sente più tranquillo e più al sicuro. La mattina del sesto giorno prima della Pasqua ebraica che quell’anno cadeva nella notte tra il venerdì e il sabato, egli parte appunto da Betania, risale la china orientale del monte degli Ulivi e fa tappa sulla cima del monte. Sotto di lui, sul crinale meridionale della montagna, era disteso al sole di mezzogiorno il piccolo villaggio di Betfage. Là inviò due discepoli (forse Pietro e Giovanni incaricati anche di preparare la cena pasquale: 22, 8) a prelevare un asinello legato vicino alla porta di una casa. In previsione della reazione del proprietario egli suggerisce anche ai due cosa devono rispondere. Tutto è previsto e predisposto, ormai Gesù si muove come su un copione scritto da tempo nelle Scritture. L’evangelista commenta infatti che «gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto».

Gesù salì sull’asinello e iniziò la discesa dal monte attorniato dai discepoli e da una folla osannante che stendeva mantelli sulla via e sventolava rami di ulivo e di palma strappati agli alberi della strada. L’entusiasmo della gente nasceva dal ricordo dei prodigi da lui compiuti nei giorni precedenti e dei quali moti erano stati spettatori. Essi lodavano Dio a gran voce citando versetti di salmi di lode più volte gridati nel Tempio durante le funzioni sacre, come quello citato qui dall’evangelista. Luca, che scrive per lettori greci, abbrevia quei canti evitando l’acclamazione specificamente ebraica come «Osanna, al figlio di Davide». I neoconvertiti dal paganesimo non avevano ancora molta dimestichezza con le Scritture e certe frasi non erano ancora divenute patrimonio comune nella liturgia. Egli utilizza solo il versetto di un salmo che contiene la accoglienza e la benedizione dei pellegrini che venivano al Tempio (Sl 118, 26).

Per lo stesso motivo l’evangelista non commenta come Matteo il segno profetico della cavalcatura di un asino in un momento così solenne. Matteo vi vede il riferimento a ben due profezie, una di Isaia e l’altra di Zaccaria fuse insieme: «Dite alla figlia di Sion: ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina con un puledro figlio di bestia da soma» (Is 62, 11; Zc 9, 9). L’accento della profezia citata cade sull’aggettivo «mite», perché l’evangelista lo vede già come «l’agnello mansueto condotto al macello» (Is 53, 7) nei prossimo giorni di Pasqua.

A differenza di Matteo, Luca ama collegare le acclamazioni della folla di Gerusalemme al canto di Natale, quello che risuonò nella campagna di Betlemme sul capo dei pastori, come se Natale e Pasqua qui si fondessero insieme. In realtà sia a Betlemme che a Gerusalemme viene annunciata la venuta del Salvatore che è il Cristo Signore. Qui, più che a Betlemme, scocca l’ora delle redenzione. Questa è l’ora della salvezza, l’oggi di Dio, che unisce le due città di Davide messe in continuità storica. Il bambino offerto da Maria nel tempio viene ora in quel luogo come vittima di espiazione per i peccati di tutti.

In questa luce si può leggere oggi il «Passio» nella versione lucana. Per il nostro evangelista la passione è la fase finale di quella lotta contro il demonio iniziate nel deserto di Giuda. Il demonio cacciato si era proposto di tornare all’attacco al momento opportuno: «Il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato» (Lc 4, 13). E puntualmente tornò quando «entrò in Giuda» (22, 3) ormai deciso a tradirlo. Nel Getsemani a Giuda e alla turba venuta ad arrestarlo aveva detto: «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (22, 53). Il Vangelo di Luca è un lungo viaggio di Gesù verso

Gerusalemme per un unico scopo: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (13, 33).

Una volta giunta l’ora, egli vede Gesù lottare spiritualmente con l’arma della preghiera come un atleta nell’orto degli Ulivi, fino a sudare sangue (22, 44). Solo dopo l’apparizione dell’angelo consolatore, che gli porta la risposta del Padre alla sua supplica, egli recupera il pieno dominio di sé, la lucidità, la forza e la serenità di affrontare la sua tragedia. Allora diventa la figura esemplare per ogni martire cristiano: l’innocente ingiustamente condannato (quattro volte Pilato lo proclamerà tale: 23, 4.14.15.22), vittima dell’odio dei persecutori, che attinge forza dalla preghiera, che muore serenamente perdonando i suoi carnefici, e raccomandando la sua anima a Dio (23, 34.46). La sua morte diviene subito feconda con la conversione di un suo compagno di sofferenza (23, 42-43), con quella del centurione e di moti spettatori (23, 47-48).

Per Luca la passione non lascia nessuno indifferente: è netto lo schieramento tra nemici e amici, come aveva predetto Simeone anni prima (2, 34-35). Perciò la scena risulta molto più affollata che negli altri vangeli. Tra i nemici bisogna contare Giuda, la turba delle guardie del tempio, il sommo sacerdote, il sinedrio, Pilato, Erode. Tra gli amici che lo hanno accompagnato ognuno a suo modo, c’è Pietro (rinnegatore e pentito), Simeone di Cirene, il folto gruppo di donne di Gerusalemme, il buon ladrone, il centurione, le donne che lo avevano sempre seguito. Anche noi che ascoltiamo siamo invitati a schierarci in maniera consapevole e netta.

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